Cibo

Il reale è dapprima un alimento (Gaston Bachelard)

Ciò che mangiano gli uomini è il coagulo di una trinità che in un’unica sostanza incarna tre aspetti della realtà alimentare umana: il reale, l’immaginario e il simbolico. Questi tre aspetti della realtà sono inscindibili: sono consustanziali o non sono; l’uno non può esserci senza gli altri due. Tuttavia possono essere, in qualche modo, descritti separatamente.

Reale è il rapporto immediato dell’organismo col mangiato e con il suo contesto, ma del reale non si può dire nulla. In modo del tutto assurdo potremmo immaginarlo come il rapporto di un corpo privo di coscienza e di intenzioni col suo nutrimento, o come ciò che sentirebbe una macchina quando viene rifornita di energia. L’aspetto reale del nutrimento potrebbe coincidere con il punto di vista della scienza quando concepisce le reazioni di un organismo al pari di quelle un congegno, anche se molto sofisticato; ma anche questo non è del tutto vero.

Il rapporto cosciente tra esseri viventi e alimenti può invece essere definito immaginario se pensiamo all’immagine in senso gestaltico: l’immagine è quella porzione di reale che emerge dal suo sfondo amorfo perché e per come è attratta dalle intenzioni del vivente; intenzioni che sono a loro volta adeguate capacità del vivente e dettate per lo più dai suoi bisogni. Le qualità della zebra che il leone percepisce quando l’avvista non hanno nulla a che vedere con quelle che percepisce l’elefante o lo zoologo.

L’aspetto simbolico concerne invece il valore dell’alimento ed è una componente della realtà che a noi interessa cogliere dal lato sociale e culturale. Non sarebbe del tutto scorretto dire che ogni essere vivente (animale, vegetale o umano che sia) è in grado di riconoscere nel proprio cibo un valore: quello di soddisfare la fame. Il valore simbolico specificatamente umano del cibo consiste però nel riconoscergli la capacità di soddisfare non un proprio bisogno, ma un desiderio improprio: il desiderio di essere desiderati. Vale a dire che ogni volta che esprimiamo un giudizio sul cibo (mangiandolo, rifiutandolo, rinominandolo etc) stiamo, di fatto, formando e ridefinendo inconsciamente i termini della nostra identità.

Così abbozzata, la definizione di cibo appare (e infatti lo è) problematica e sfuggente. Per provare a mettere un po’ ordine proponiamo allora di definire il cibo un’esca. Questa metafora non è meno complessa, ma ha un vantaggio: ci costringe a metterci dalla parte del cacciatore e a chiederci: che cosa mangiano e perché coloro che non devono fare i conti col problema della fame? Se il cibo è un’esca qual’è il suo contenuto? Che cos’è che in esso ci attrae?