Food Design

Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche d’interpretarlo. E ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi e alla fine si muti in un mondo senza di noi. (Günther Anders)


Il food design è il modo in cui gli atti alimentari possono essere progettati a partire dal cibo verso cui si orientano. Cibo e atti alimentari sono infatti entrambi suscettibili di progettazione, ma con una importante distinzione. Il cibo, ciò che si mangia realmente e il relativo contesto immaginario e simbolico, può essere progettato e prodotto per via diretta e pratica, gli atti alimentari possono invece essere progettati solo per via indiretta. Posso progettare e produrre oggi un ristorante o un pasticcino per vegani, ma non posso, ad esempio, determinare a tavolino la “veganitá” delle persone senza rimodellare tutto il sistema di valori sottostante.
In una visione di più ampio respiro possiamo affermare che se lo scopo del food designer è progettare atti alimentari egli, per far questo, è costretto a passare per la progettazione del cibo. Come progettisti non vogliamo semplicemente progettare ristoranti e pasticcini, ma vogliamo anche che siano frequentati e mangiati. Non ci basta andare a pesca, vogliamo anche che i pesci abbocchino. Non ci basta che il mondo cambi, vogliamo anche che lo faccia secondo i nostri desideri. Ma i desideri di chi?

Sotto questa luce il food design appare allora più come un meta-progetto il cui fine è partecipare all’evoluzione dei valori sociali che le esche cibarie incarnano sensibilmente.

Questa constatazione corre parallela ad un’altra, non meno importante per noi. Se è vero che come esseri viventi siamo fatti di ciò mangiamo va anche detto che come umani siamo gli unici ad avere la capacità di fare ciò che ci fa, cioè siamo capaci di progettare e produrre oggi le esche cui abboccheremo domani. Le esche umane, come sappiamo, nascondono sempre delle intenzioni di coloro che le hanno prodotte pronte per essere ingerite e incorporate come inconscio sociale e culturale. Apprendere a progettarlo implica dunque il saper riconoscere queste intenzioni per poterle poi accettare, condividere, formare, rifiutare, combattere o riformare. L’essere umano conosce la libertà perché cucina. Progettare il cibo significa dunque non solo saper fare riferimento ai contenuti simbolici, storici, cerimoniali e immaginari del problema della nutrizione umana, ma, cosa ben più importante, implica assumersi la responsabilità di cucinare la propria autonomia. L’essere umano è infatti l’effetto del proprio agire che trasforma la natura in mondo. Per questo ogni molecola di cibo che introduce nel suo corpo, assieme a una parte di questo mondo, porta inevitabilmente con sé anche le intenzioni che l’hanno formato. Progettare gli atti alimentari implica dunque, necessariamente, anche il progetto delle intenzioni che ci fanno.

Ogni atto alimentare è un atto d’incorporazione, ogni suo progetto non può che essere un progetto etico.

Atti Alimentari

Una volta avevo un professore che amava dire agli studenti che esistono solo dieci trame diverse in tutta la narrativa. Beh, io sono qui per dirvi che si sbagliava, c’è né soltanto una: chi sono io? (The Amazing Spider-Man)


Gli atti alimentari di un essere vivente sono tutti quei comportamenti, diretti e indiretti, volti a soddisfare la fame. Ora, se ammettiamo che quello di nutrirsi è il più fondamentale bisogno di qualunque vivente, l’unico bisogno ch’egli non può aggirare, lo sfondo di ogni sua percetto, finiremmo col dire che tutti i suoi atti non possono essere che atti alimentari sebbene ogni suo atto particolare non lo sia; ed infatti è così.

Per noi umani vale lo stesso con la differenza che non abbiamo solo bisogni, ma anche desideri.  La nostra fame non è solo di alimenti, ma anche si sapere… chi siamo. E così come l’alimento che placa la fame può farlo solo temporaneamente, anche quello che soddisfa il nostro desiderio di identità deve essere continuamente ritrovato.

Un aspetto fondamentale degli atti alimentari è che essi sono strutturati come un linguaggio, vale a dire che sono definiti dai valori sociali e orientati dalla cultura.

Ne deriva un aspetto in qualche modo paradossale: dal momento in cui parliamo e veniamo inclusi all’interno di una comunità che ci garantisce la sopravvivenza e possibilità di accesso all’identità è come se bisogni e desideri smettessero di appartenerci. I nostri desideri più propri, per essere soddisfatti, devono rispondere a norme sociali — non si può godere senza passare per l’approvazione o la censura l’Altro — volte a soddisfare i bisogni di tutti in generale e di nessuno in particolare; a loro volta i bisogni del nostro corpo ci appaiono come estranei — ciò che il corpo desidera non sempre corrisponde ai nostri desideri: il corpo fa quello che vuole e dobbiamo adeguarci.

Gli atti alimentari umani possono essere allora definiti come quel complesso di comportamenti per mezzo dei quali tentiamo quotidianamente di definire, rappresentare e incorporare la nostra identità collettiva. Un processo in continuo divenire perché, così come non possiamo mai saziarci definitivamente, non possiamo mai arrivare, una volta per tutte, a dire chi siamo e cosa desideriamo.

Cibo

Il reale è dapprima un alimento (Gaston Bachelard)

Ciò che mangiano gli uomini è il coagulo di una trinità che in un’unica sostanza incarna tre aspetti della realtà alimentare umana: il reale, l’immaginario e il simbolico. Questi tre aspetti della realtà sono inscindibili: sono consustanziali o non sono; l’uno non può esserci senza gli altri due. Tuttavia possono essere, in qualche modo, descritti separatamente.

Reale è il rapporto immediato dell’organismo col mangiato e con il suo contesto, ma del reale non si può dire nulla. In modo del tutto assurdo potremmo immaginarlo come il rapporto di un corpo privo di coscienza e di intenzioni col suo nutrimento, o come ciò che sentirebbe una macchina quando viene rifornita di energia. L’aspetto reale del nutrimento potrebbe coincidere con il punto di vista della scienza quando concepisce le reazioni di un organismo al pari di quelle un congegno, anche se molto sofisticato; ma anche questo non è del tutto vero.

Il rapporto cosciente tra esseri viventi e alimenti può invece essere definito immaginario se pensiamo all’immagine in senso gestaltico: l’immagine è quella porzione di reale che emerge dal suo sfondo amorfo perché e per come è attratta dalle intenzioni del vivente; intenzioni che sono a loro volta adeguate capacità del vivente e dettate per lo più dai suoi bisogni. Le qualità della zebra che il leone percepisce quando l’avvista non hanno nulla a che vedere con quelle che percepisce l’elefante o lo zoologo.

L’aspetto simbolico concerne invece il valore dell’alimento ed è una componente della realtà che a noi interessa cogliere dal lato sociale e culturale. Non sarebbe del tutto scorretto dire che ogni essere vivente (animale, vegetale o umano che sia) è in grado di riconoscere nel proprio cibo un valore: quello di soddisfare la fame. Il valore simbolico specificatamente umano del cibo consiste però nel riconoscergli la capacità di soddisfare non un proprio bisogno, ma un desiderio improprio: il desiderio di essere desiderati. Vale a dire che ogni volta che esprimiamo un giudizio sul cibo (mangiandolo, rifiutandolo, rinominandolo etc) stiamo, di fatto, formando e ridefinendo inconsciamente i termini della nostra identità.

Così abbozzata, la definizione di cibo appare (e infatti lo è) problematica e sfuggente. Per provare a mettere un po’ ordine proponiamo allora di definire il cibo un’esca. Questa metafora non è meno complessa, ma ha un vantaggio: ci costringe a metterci dalla parte del cacciatore e a chiederci: che cosa mangiano e perché coloro che non devono fare i conti col problema della fame? Se il cibo è un’esca qual’è il suo contenuto? Che cos’è che in esso ci attrae?